Non chiamateli Centri Giovani

Un recente seminario sulle politiche giovanili lancia una sfida: con ragazzi meno numerosi e in cerca di indipendenza, i centri di aggregazione non possono essere solo luoghi di ritrovo. Devono diventare spazi vivi e organizzati, capaci di offrire supporto e opportunità reali per il loro futuro.

Come i dati su demografia, spazi collaborativi e divario sistemico ci aiutano a capire perché servono luoghi ibridi e nuovi modelli di gestione.

Lo scorso 27 marzo, presso l’Auditorium Gerra del Centro Internazionale Loris Malaguzzi a Reggio Emilia, siamo intervenuti nel seminario Politiche giovanili e spazi culturali: modelli territoriali integrati. L’iniziativa, organizzata dal Settore Cultura e Giovani della Regione Emilia-Romagna attraverso l’Osservatorio Giovani con il supporto di ART-ER, in collaborazione con il Comune di Reggio Emilia e l’Università di Modena e Reggio Emilia, ha riunito istituzioni, esperti e protagonisti del settore per confrontarsi sul futuro degli spazi per l’aggregazione, la creatività e l’innovazione in Emilia-Romagna.

L’evento ha provato a mettere insieme diverse risposte a tre fondamentali domande: qual è lo stato dell’arte degli spazi in Emilia-Romagna? Cosa rende cultura e creatività leve di aggregazione e crescita? Come immaginare nuovi luoghi – pubblici e privati, fisici e digitali – capaci di sostenersi nel tempo?

1) La pressione demografica sul pubblico degli spazi

Durante la mattinata, si è quindi discusso a lungo su un tema che spesso resta sullo sfondo: gli spazi per le giovani generazioni non sono solo contenitori, ma anche e soprattutto infrastrutture sociali. Il punto di partenza è brutale nella sua semplicità: i giovani di oggi sono molti meno di quelli di ieri. La Viz 1 mostra la riduzione della popolazione 15-29 anni dal 2010 al 2026, con un calo complessivo indicato in grafico. È un dato che non spiega da solo gli spazi, ma cambia sicuramente il contesto. Meno giovani significa anche più competizione tra le varie proposte, maggiore frammentazione dei bisogni e più necessità di qualità, continuità e accessibilità.

2) Il divario con l’Europa su istruzione, lavoro, autonomia

Se la demografia è il contesto, la traiettoria di transizione alla vita adulta è tra i temi prioritari. La Viz 2 mette Italia e media UE a confronto su tre dimensioni – formazione, inserimento lavorativo, autonomia –  usando indicatori comparabili come: titoli di studio, disoccupazione e contratti temporanei, quota NEET ed età media di uscita dalla famiglia. Il senso non è stilare una classifica, ma connettere i puntini: quando l’autonomia arriva più tardi e la qualità dell’inserimento lavorativo è più fragile, i luoghi diventano ancora più importanti come punti di appoggio. E non solo per fare attività, ma per costruire reti, orientamento, competenze sociali e opportunità concrete.

3) Scuola: quando percezioni e richieste di trasformazione non coincidono 

In apertura, l’interessante analisi scientifica a cura di Diego Mesa dell’Istituto Toniolo ha rimesso al centro un tema spesso polarizzato, basandosi sui dati raccolti da 2000 giovani dai 18 ai 34 anni e riportati all’interno del Rapporto Giovani “La condizione giovanile in Italia 2025” (Il Mulino). I giovani non descrivono la scuola solo come un problema o una soluzione, ma come un’istituzione che funziona su alcune dimensioni e che, allo stesso tempo, richiede un importante aggiornamento. 

La Viz 3 tiene insieme due piani diversi:

  • Percezioni del sistema: quanto la scuola è percepita inclusiva, equa, capace di riconoscere il talento.
  • Richieste di trasformazione: cosa i giovani chiedono di cambiare, tra personalizzazione, supporto alla salute mentale, ascolto e confronto, equità.

Questo incrocio è utile per gli spazi giovanili perché suggerisce una possibile direzione: quando la maggior parte delle richieste parlano di benessere, ascolto e personalizzazione, i luoghi extra-scolastici possono diventare laboratori di risposta in complementarietà con la scuola.

4) Spazi per i giovani: sì, ma quali?

Con la condivisione dei risultati del report tecnico Gli spazi collaborativi a vocazione giovanile in Emilia-Romagna, elaborato da Università di Modena e Reggio Emilia – Centro di Ricerca GIUnO, Regione Emilia-Romagna e ART-ER, il cuore della discussione territoriale arriva a definire quanti spazi esistono e come sono classificabili.  Partendo dai dati presentati, la Viz 4 (treemap) restituisce tre tipologie: Spazi giovani “collaborativi”, Spazi collaborativi “nativi giovanili” e Spazi collaborativi “non nativi giovanili”.

Il valore del grafico è che evita una lettura omologata e omologante del fenomeno. Non basta più dire “gli spazi ci sono”, ma bisogna capire che mission si prefiggono, se nascono per giovani o se li intercettano successivamente, che tipo di logica collaborativa adottano.

5) Chi li gestisce: la governance non è un dettaglio

Se gli spazi sono infrastrutture sociali, la governance è l’ingegneria alla base del loro funzionamento. La Viz 5 (Sankey) collega le forme giuridiche alla base delle tipologie di spazio mappate in Emilia-Romagna, mostrando come cambiano i modelli organizzativi e, indirettamente, la loro sostenibilità nel tempo. Il punto non è dire chi è migliore, ma cosa può implicare ogni modello di governance: alcuni sono più agili, altri più strutturati; alcuni hanno più facilità nel costruire reti, altri nel garantire continuità. In un contesto in cui la domanda giovanile è in continua trasformazione, anche i modelli di gestione devono saper evolvere, così come la politica pubblica può scegliere se limitarsi a finanziare progetti o a costruire condizioni di stabilità.

6) Dove gli spazi agganciano i giovani e con quali attività

Ma, alla fine, in pratica, cosa succede (per i giovani) dentro a questi spazi? La Viz 6 (heatmap) confronta le attività rivolte agli under 35 dichiarate in fase di mappatura dalle diverse tipologie di spazio in Emilia-Romagna, usando l’intensità del colore per indicare dove l’attività è più diffusa. Questa visualizzazione è utile perché porta la conversazione dal “quanti” al “cosa”. Non tutti gli spazi intercettano i giovani nello stesso modo: alcuni attraverso cultura e partecipazione, altri attraverso laboratori e co-progettazione, altri ancora proponendo servizi e accessibilità. È qui che l’aggettivo ibrido diventa concreto: uno spazio multifunzionale non può rimanere uno slogan, ma deve corrispondere necessariamente alla combinazione di attività che rispondano a bisogni diversi.

Non solo luoghi ma…reti, risorse e partecipazione reale

Se dovessimo scegliere un messaggio che ci è rimasto dopo l’evento, sarebbe sicuramente questo: uno spazio per giovani funziona quando si regge nel tempo producendo non solo eventi, ma relazioni, opportunità e riconoscibilità. Ed è qui che le conclusioni richiamate dalla prof.ssa Anna Chiara Scapolan durante il suo intervento fungono da concreto promemoria su cosa sia necessario implementare:

  • più pratiche di collaborazione tra spazi, anche tra città diverse, nella logica “hub & spoke”
  • più alleanze con imprese e attori locali per sperimentare e aprire canali di inserimento lavorativo
  • una partecipazione reale dei giovani, non solo come utenti ma come stakeholder nella co-progettazione di attività e servizi 

Ma perché questa promessa non rimanga solo una narrazione, serve anche l’infrastruttura portante, ovvero un supporto maggiore alla sostenibilità economica (anche con accompagnamento su bandi e competenze gestionali), più accountability (attraverso strumenti condivisi di valutazione e monitoraggio o restituzioni pubbliche) e un raggio d’azione capace di uscire dai confini (grazie ad esempio a programmi residenziali, servizi di pubblica utilità, reti nazionali e internazionali).  

Insomma: meno frammentazione e più sistema, spostando il focus della domanda da “servono spazi?” a “quali spazi servono?”.

Con una generazione numericamente più piccola ma con bisogni più complessi, la differenza non la fa lo spazio che si limita a ospitare i giovani, ma quello che li aiuta a costruire un pezzo della loro autonomia.

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