La violenza giovanile tra cronaca e dati

Tra titoli allarmistici e dati meno lineari, la violenza giovanile in Italia emerge come un fenomeno reale ma complesso. I numeri ridimensionano l’idea di un’emergenza generalizzata e mostrano legami frequenti con conflitti relazionali, rischio, cyberbullismo e fragilità sociali da non ignorare.

La violenza giovanile tra cronaca e dati.

Titoli e cronache parlano di città sotto assedio, baby gang e giovani fuori controllo. I dati restituiscono un quadro meno lineare: nel confronto europeo riportato da Save the Children l’Italia rimane nella fascia bassa per numero di minorenni entrati in contatto con il sistema penale, mentre l’indagine ESPAD ci racconta che la violenza raramente viaggia da sola.

“Fuori controllo”. “Città sotto assedio”. “Italia in mano alle bande”. Nel racconto giornalistico della violenza giovanile ricorrono parole che appartengono al linguaggio dell’emergenza e dell’invasione. Lo scorso giugno, ad esempio, il settimanale nostrano Panorama, dopo aver intitolato la copertina “Piccoli omicidi crescono”, parla in modo esplicito di “gioventù criminale”, costruendo il racconto attorno a crimini, accoltellamenti, rapine, scontri e devastazioni. 

Certamente non si tratta di episodi inventati, né di paure che possano essere liquidate come semplice allarmismo: parliamo di aggressioni con vittime reali e conseguenze concrete. Tuttavia, una successione di fatti di cronaca, per quanto grave e impressionante, non basta a misurare l’estensione di un fenomeno né a comprenderne le dinamiche.

È proprio nello spazio tra percezione e realtà che si colloca “(Dis)armati”, l’indagine realizzata da Save the Children in collaborazione con Fondazione Iris Ceramica Group pubblicata nel marzo di quest’anno. Il rapporto parte dalla crescita dell’attenzione mediatica: in Italia, da 741 del 2020, si è passati a 1.909 articoli contenenti riferimenti a “gang giovanili” o “baby gang” pubblicati solo tra il gennaio e l’aprile 2022.

La domanda, allora, non è se la violenza giovanile esista. È capire se stia aumentando ovunque, con quale intensità e soprattutto che cosa ci sia dietro al dato.

Minorenni e reati: come è cambiata l’Europa

Il primo grafico mostra l’andamento, tra il 2014 e il 2023, dei minorenni sospettati o autori di reato nei diversi Paesi europei, rapportati a 100.000 abitanti.

A colpire è innanzitutto la distanza tra i Paesi. Nel 2023 i dati riportati da Save the Children registrano 8.404 minorenni per 100.000 abitanti in Ungheria, 2.238 in Germania, 2.119 in Austria e 1.609 in Francia. L’Italia si ferma a 363.

Il nostro Paese passa da 329 minorenni per 100.000 abitanti nel 2014 a 363 nel 2023: un aumento di circa il 10% nel decennio. Il dato segnala una crescita, ma non autorizza a parlare di un’esplosione indistinta della criminalità minorile. Nel confronto riportato dal rapporto, l’Italia continua a collocarsi nella fascia relativamente bassa della distribuzione europea.

Le differenze tra Paesi, tuttavia, non possono essere lette come una classifica della maggiore o minore violenza delle rispettive popolazioni di adolescenti. Si tratta di dati amministrativi: dipendono dalle leggi nazionali, dall’età della responsabilità penale, dalle pratiche di registrazione, dall’attività delle forze dell’ordine e dalla probabilità che un comportamento venga denunciato e portato all’attenzione delle autorità.

Eurostat avverte che i sistemi giuridici, le definizioni e le modalità di conteggio variano tra gli Stati e limitano la comparabilità internazionale. Le statistiche di polizia misurano ciò che viene registrato, non l’intera criminalità realmente avvenuta. 

Il salto dell’Ungheria ad esempio, che nel grafico passa da 458 nel 2017 a oltre 3.145 nel 2018 e supera 7.000 l’anno successivo, è l’esempio più evidente di quanto sia necessario essere prudenti nelle valutazioni. Una discontinuità così improvvisa richiede di controllare anche eventuali cambiamenti normativi o nei sistemi di rilevazione, prima di interpretarla esclusivamente come una trasformazione dei comportamenti.

La linea storica europea serve quindi soprattutto a rimettere in scala il fenomeno. L’Italia non appare come un’eccezione travolta da una crescita senza precedenti, ma questo non significa che, sotto la relativa stabilità dell’indicatore complessivo, non possano cambiare alcune forme specifiche di violenza.

Dati amministrativi vs. Comportamenti

I dati amministrativi intercettano soltanto una parte della realtà: per osservare comportamenti che non sempre generano denunce o procedimenti giudiziari bisogna cambiare fonte e rivolgersi direttamente agli adolescenti.

Lo studio ESPAD®Italia 2024 ha coinvolto 20.201 studenti delle scuole secondarie di secondo grado, attraverso un campionamento in tre stadi che ha selezionato territori, scuole e classi. Di questi, il 45% (approssimativamente 9.090 giovani) ha riferito di aver assunto almeno uno dei comportamenti considerati violenti nell’anno precedente. Di questo 45%, il 53% appartiene al genere maschile e il 37% a quello femminile.

Questo 45% non significa che quasi metà degli studenti abbia commesso un reato grave. L’indicatore comprende condotte differenti, dalla partecipazione a zuffe o risse fino al danneggiamento di beni, all’aver fatto seriamente male a qualcuno o all’uso di un’arma per ottenere qualcosa. È quindi una misura più ampia della criminalità registrata dalle istituzioni. 

La violenza non viaggia da sola

Tuttavia, il secondo grafico permette di portare la riflessione oltre il dato quantitativo e di osservare il contesto in cui i comportamenti violenti si manifestano.

Tra gli studenti che hanno dichiarato condotte violente, il 49% riferisce difficoltà serie con gli amici, contro il 24% di chi non ha riportato gli stessi comportamenti. I problemi con gli insegnanti riguardano il 47% del primo gruppo e circa il 21% del secondo; quelli con i genitori il 43%, contro il 22%.

Il dato indica quindi che la violenza non appare come un gesto isolato dal resto della vita dell’adolescente. Si inserisce più frequentemente in un sistema relazionale fragile, nel quale adulti e coetanei possono essere percepiti non come fonti di sostegno, ma come parti del conflitto.

La stessa concentrazione ricorre nelle esperienze di rischio. Tra chi riferisce comportamenti violenti, il 26% dichiara rapporti sessuali non protetti, contro il 9,2% del gruppo di confronto che dichiara di non aver assunto comportamenti violenti. Il 15% ha avuto guai con la polizia o segnalazioni al prefetto, contro il 2,5%; il 16% ha avuto incidenti alla guida, contro il 5,1%; il 17% è stato vittima di furti o rapine, contro il 6,9%.

Il risultato forse più significativo riguarda il cyberbullismo. Tra gli studenti che hanno dichiarato comportamenti violenti, il 43% afferma di essere stato autore di episodi di bullismo online (contro il 23% del gruppo di confronto), mentre il 57% dichiara di esserne stato anche vittima. Le posizioni di autore e vittima non sono quindi necessariamente separate. La stessa persona può subire violenza in un contesto e riprodurla in un altro, oppure alternare i due ruoli all’interno delle medesime relazioni. Il confine netto che funziona nei titoli di cronaca appare molto meno preciso quando si osservano i dati. 

L’emergenza nei titoli, la complessità nei dati.

La narrazione mediatica ha una funzione importante: rende visibili le vittime, porta episodi gravi nello spazio pubblico e può spingere le istituzioni a intervenire. Ma il linguaggio dell’assedio produce anche un effetto collaterale, trasformando una popolazione molto eterogenea in una categoria compatta e presentando la repressione come la soluzione più immediata e necessaria.

I dati al contempo non negano l’esistenza della violenza né invitano a minimizzarla: mostrano però che l’espressione “generazione violenta” è troppo larga per essere davvero esplicativa.

Il primo grafico ridimensiona l’idea di un’anomalia italiana in senso assoluto, basandosi su dati giudiziari che dipendono fortemente dai sistemi nazionali. Il secondo rivela che, dietro i comportamenti violenti, ricorrono più frequentemente conflitti, esposizione al rischio e coinvolgimento nel cyberbullismo, anche e soprattutto come vittime.

La questione non riguarda quindi soltanto il controllo degli spazi pubblici o l’inasprimento delle sanzioni, ma ha a che fare con la capacità delle famiglie e dei servizi territoriali di riconoscere precocemente un insieme di segnali che spesso si presentano insieme. La scuola in questo contesto occupa una posizione particolare. Non perché debba trasformarsi in un presidio di polizia, ma perché rappresenta uno dei pochi luoghi nei quali relazioni, isolamento, conflitti e mutamenti nel comportamento possono essere osservati prima che si trasformino in un fatto di cronaca.

Non basta chiedersi come punire l’atto violento dopo che è accaduto. Bisogna capire quali relazioni si siano spezzate prima, quali spazi di ascolto siano mancati e perché, per alcuni adolescenti, la sopraffazione finisca per diventare l’unica forma possibile di linguaggio.

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