Oh NEET, perché sei tu NEET?

In dieci anni l’Italia ha quasi dimezzato i NEET (15-29 anni), passati dal 25,7% del 2015 al 13,3% del 2025, rimanendo però sopra la media UE (11%). I dati del Rapporto Toniolo mostrano che l'inattività non nasce dal disinteresse, ma da offerte precarie e sottopagate (33,8%), mancanza di lavori stimolanti (29,8%) e carichi familiari (14,6%). Per ridurre il divario serve puntare sulla qualità dell'occupazione. (396 battute, spazi inclusi)

In dieci anni l’Italia ha quasi dimezzato la quota di giovani fuori da studio, lavoro e formazione, restando però sopra la media europea. Dietro l’acronimo, pesano soprattutto precarietà, retribuzioni basse e difficoltà a trovare un lavoro considerato interessante.

NEET è una di quelle sigle che, a forza di essere ripetute, rischiano di diventare una buzzword, ovvero una parola svuotata del proprio significato. Quattro lettere per indicare i giovani che non lavorano, non studiano e non frequentano percorsi di formazione possono aiutare a riferirsi, anche statisticamente, a un certo fenomeno, ma non a cosa accade davvero nelle vite delle persone che finiscono dentro questa categoria. Perché essere NEET può significare molte cose diverse: cercare un lavoro senza trovarlo, essersi allontanati da un mercato percepito come precario e poco remunerativo, dover dedicare tempo alla cura familiare, attraversare un problema di salute o, in alcuni casi, aver smesso di cercare.

Per questo partiremo da due domande. La prima riguarda il quanto: com’è cambiata la quota di giovani NEET nei Paesi dell’Unione Europea tra il 2015 e il 2025? La seconda riguarda il perché: quali ragioni indicano i giovani italiani che dichiarano di non studiare e di non lavorare?

Per rispondere utilizziamo due fonti diverse. La prima è Eurostat, che permette di confrontare la quota di NEET tra i 15 e i 29 anni nei 27 Paesi UE. La seconda è l’indagine nazionale Percorso verso il mondo del lavoro e inclusione finanziaria, analizzata nel Rapporto Giovani 2025 dell’Istituto Toniolo, che consente di entrare più a fondo nelle motivazioni dichiarate dai giovani italiani.

NEET in Europa: due fotografie a dieci anni di distanza

Il primo grafico si basa sui dati estraibili dal dataset Eurostat Young persons neither in employment nor in education and training by labour status – NEET rates. L’indicatore considera la percentuale di persone tra i 15 e i 29 anni, maschi e femmine, che non risultano occupate e non partecipano né a percorsi formali né ad attività non formali di istruzione o formazione. Nel grafico abbiamo selezionato i 27 Paesi dell’Unione Europea e confrontato i valori del 2015 e del 2025.

In primo luogo, non si tratta di una serie storica completa. Le linee collegano due sole fotografie, separate da dieci anni. Non mostrano quello che è successo in ciascun anno intermedio, ma rendono immediatamente leggibili la direzione e l’ampiezza del cambiamento.

Nel complesso, il quadro europeo è migliorato. La media dell’Unione Europea è passata dal 15,2% del 2015 all’11% del 2025, una diminuzione di 4,2 punti percentuali. Nella maggior parte dei Paesi le linee scendono, a conferma di una riduzione diffusa del fenomeno.

Il caso italiano è particolarmente evidente. Nel 2015 l’Italia aveva il valore più alto dell’Unione Europea, con il 25,7% dei giovani tra i 15 e i 29 anni fuori da occupazione, istruzione e formazione. Dieci anni dopo la percentuale è scesa al 13,3%. Si tratta di una riduzione di 12,4 punti, la più ampia tra i 27 Paesi considerati nella visualizzazione.

Il calo è consistente, ma non basta a portare l’Italia nella parte bassa della distribuzione. Nel 2025 il nostro Paese resta infatti tra quelli con la quota più alta, dietro alla Romania, ferma al 19,2%, alla Bulgaria, con il 13,8%, e alla Grecia, con il 13,6%. La media europea rimane più bassa di oltre due punti percentuali.

All’estremo opposto troviamo i Paesi Bassi, che passano dal 6,7% al 5,3%, e la Svezia, dal 7,4% al 5,9%. In questi sistemi il fenomeno era già relativamente contenuto nel 2015 e si riduce ulteriormente nel decennio.

Il grafico mostra però anche alcune traiettorie in controtendenza. In Austria la quota sale dall’8,7% al 10,3%, in Germania dall’8,5% al 9,5%, in Lituania dall’11,8% al 12,4% e in Lussemburgo dal 7,6% all’8,8%. Sono aumenti che non cancellano le differenze di livello tra i Paesi, ma ricordano che la discesa europea non è né automatica né uniforme.

Il primo risultato è quindi doppio. Da un lato, l’Italia ha recuperato molto terreno rispetto al 2015. Dall’altro, continua a presentare una quota di NEET superiore alla media UE. Il miglioramento c’è, così come il divario ancora rimane.

Un solo acronimo, tante condizioni diverse

Il limite delle classifiche europee è che dicono quante persone si trovano in una determinata condizione, ma non spiegano come ci siano arrivate. L’acronimo NEET riunisce infatti situazioni molto differenti: persone che cercano attivamente lavoro, persone scoraggiate, giovani impegnati nella cura della famiglia, persone temporaneamente impossibilitate a lavorare e altre che stanno attraversando una fase di transizione.

Il secondo grafico prende i dati dall’indagine nazionale “Percorso verso il mondo del lavoro e inclusione finanziaria” consultabili dal Rapporto Giovani 2025  dell’Istituto Toniolo. L’indagine in questione è stata realizzata da Ipsos per l’Osservatorio Giovani tra il 28 ottobre e il 9 novembre 2023 su 2.002 residenti in Italia tra i 18 e i 34 anni, selezionati attraverso un campionamento per quote. Il campione è rappresentativo per genere, età, area geografica, dimensione del comune, titolo di studio e condizione occupazionale.  Di questo intero campione, il 14,7% degli intervistati può essere classificato come NEET. Di questo 14,7% sul totale, il 20,5% ha tra i 30 e i 34 anni e il 21,9% proviene dalle regioni meridionali, contro il 10,4% rilevato nel Nord Italia.

Secondo il rapporto, il 63% dei NEET rilevati dall’indagine si trova in questa condizione da più di un anno e il 29,3% da oltre tre anni. Per una parte consistente dei giovani quindi, l’uscita da studio e lavoro non sembra soltanto essere un momento di attesa, ma rischia di trasformarsi in una condizione persistente. Agli intervistati che avevano dichiarato di non studiare e di non lavorare è stato quindi chiesto quale fosse il motivo principale per cui non lavoravano.

La risposta più frequente riguarda la qualità dell’offerta disponibile. Il 33,8% afferma che ci sono soltanto lavori precari e mal retribuiti. Al secondo posto, con il 29,8%, troviamo chi non ha ancora trovato un lavoro che considera interessante. Le prime due motivazioni raccolgono quindi quasi due terzi delle risposte. Non rimandano a un generico rifiuto del lavoro, ma alla percezione di una distanza tra ciò che il mercato offre e ciò che i giovani ritengono accettabile, sostenibile o coerente con i propri interessi.

Il punto merita attenzione. Il termine NEET viene spesso associato, nel discorso pubblico, a passività o disimpegno. I dati dell’Istituto Toniolo suggeriscono invece che una parte rilevante del fenomeno nasce dall’incontro mancato tra domanda e offerta: contratti giudicati fragili, retribuzioni insufficienti, lavori che non corrispondono alle aspettative o alle competenze.

Questo non significa che ogni rifiuto di un’offerta sia necessariamente razionale o che tutte le aspettative siano realistiche. Significa però che la condizione di NEET non può essere spiegata esclusivamente attraverso atteggiamenti individuali e che la qualità del lavoro disponibile è parte del problema.

La famiglia come causa di inattività

La terza motivazione è la necessità di occuparsi della famiglia, indicata dal 14,6% degli intervistati NEET. Anche in questo caso, il valore medio nasconde differenze importanti. La quota sale al 21,6% tra gli over 30 e al 22,7% tra le donne. La distanza segnala il peso ancora diseguale del lavoro di cura e delle responsabilità familiari, che possono limitare la possibilità di cercare o accettare un’occupazione.

Essere fuori dal mercato del lavoro, dunque, non coincide necessariamente con l’assenza di attività. Prendersi cura di figli, familiari anziani o persone non autosufficienti è lavoro, anche quando non è retribuito e non viene riconosciuto dalle statistiche occupazionali. La categoria NEET tende invece a collocare queste persone nello stesso contenitore di chi non cerca più lavoro o non sente la necessità di lavorare. È statisticamente corretto e al contempo analiticamente insufficiente.

Lo scoraggiamento esiste, ma non è la risposta principale

Le motivazioni riconducibili più direttamente al ritiro o al disinteresse hanno un peso molto più contenuto. Il 2,9% dichiara di aver smesso di cercare perché pensa che comunque non troverebbe un lavoro. Il 2,6% afferma che, per il momento, il lavoro non interessa o non rappresenta una necessità urgente. Sono quote minoritarie rispetto a quelle legate alla precarietà, alla bassa retribuzione e alla difficoltà di trovare un’occupazione interessante. Anche sommando le due categorie, lo scoraggiamento esplicito e il disinteresse restano lontani dalle prime motivazioni.

Altre risposte riguardano periodi di riflessione o dedicati ad altre esperienze, indicati dal 5,8%, problemi di salute transitori, al 5,1%, e motivazioni diverse raccolte nella categoria “altro”, al 5,5%.

Il grafico restituisce quindi una realtà meno semplice di quanto suggerisca l’acronimo. I NEET non formano un gruppo uniforme e non condividono un’unica causa.

Oltre l’acronimo: dal numero alla qualità delle opportunità

L’Italia ha ridotto in modo netto la quota di NEET nell’arco di dieci anni, ma nel 2025 resta ancora sopra la media europea. Allo stesso tempo, lo zoom sulle motivazioni mostra che il problema non può essere affrontato soltanto aumentando il numero delle opportunità disponibili: conta anche la qualità di queste opportunità. Un lavoro precario o scarsamente retribuito può non essere percepito come una vera via d’uscita dalla condizione di inattività. Allo stesso modo, un’occupazione lontana dagli interessi, dalle competenze o dalle esigenze familiari può non tradursi in un inserimento stabile.

Il nodo non è quindi soltanto convincere i giovani ad attivarsi, così come la domanda “perché sei NEET?” non può trasformarsi in un’accusa: deve diventare uno strumento di analisi, che scavi in profondità, dentro una sigla apparentemente neutra dove in realtà troviamo scelte, vincoli e occasioni mancate. Ridurre davvero il fenomeno non significa soltanto spostare una persona da una casella statistica all’altra, ma costruire transizioni credibili tra scuola, formazione e lavoro, rendere più leggibili le opportunità, sostenere chi ha carichi di cura e ridurre il rischio che una fase di attesa si trasformi in esclusione di lunga durata. 


Avvertenze a chi ci legge: i due grafici non sono direttamente sovrapponibili. Eurostat considera la fascia 15-29 anni e misura il fenomeno nel 2015 e nel 2025. L’indagine Toniolo riguarda invece persone tra i 18 e i 34 anni ed è stata condotta nel 2023, anche se pubblicata nel Rapporto Giovani 2025. Non possiamo quindi usare le motivazioni raccolte dall’indagine per spiegare meccanicamente il valore italiano di Eurostat nel 2025. Le risposte del secondo grafico sono inoltre dichiarazioni soggettive e riguardano il motivo principale indicato dagli intervistati. Non permettono di ricostruire tutte le cause della condizione di NEET, né di stabilire rapporti di causalità. Non possiamo nemmeno concludere che ogni giovane che segnala precarietà o bassa retribuzione abbia rifiutato un’offerta concreta. Il dato misura una percezione dell’offerta di lavoro, non il numero di proposte ricevute o rifiutate.

Commenta e condividi
Scarica Articolo
Articoli più letti

D

come
Parole in evoluzione per
una Scuola in cambiamento

LEGGI ANCHE